La discriminazione di specie
La discriminazione di specie

Il tema del giornale di questo mese mi ha davvero colpito molto. La “cultura occidentale” tenta, da sempre, di imporre le proprie idee, anche a coloro che hanno trovato un diverso equilibrio. La violenza e l’omicidio (fino ad arrivare al Genocidio) sono, per me, espressioni iperboliche di un inconscio in totale disequilibrio. Ho avuto modo di confrontarmi con esseri umani molto diversi tra loro, dal comune criminale al “presidente” con carica ufficiale. In tutti può essere ritrovato un tratto “di azione comune” a seconda delle “caratteristiche di personalità” condivise.

L’imposizione con la violenza implica, a mio avviso, una riduzione della libertà dell’altro essere umano conseguente ad una nostra impossibilità (talvolta anche non volontà) di comprendere qualcosa che “è troppo diverso da noi”. È questa differenza , non affrontata con un equilibrio interiore, che porta all’esercizio della violenza, per imporre, irrazionalmente, le proprie idee.

La rabbia “nel non arrivarci” è il sentimento che domina le menti disequilibrate.

La discriminazione perpetrata su “alcuni uomini” si manifesta anche nel regno delle piante. A differenza degli uomini, però, quest’ultime non hanno dote di parola ed è difficile che il loro “lamento” venga ascoltato.

Dagli anni 20 fino ad ora si è assistito, nei confronti della Cannabis, alla stessa “violenza” a cui stiamo assistendo sugli indigeni americani. Le piante vengono uccise, sradicate, ricercate, al solo fine di esercitare il controllo su un idea, dichiarata “giusta” dal “nostro mondo” e che viene seguita ciecamente dalla maggioranza delle persone.

Lo spirito critico è assopito, la volontà di ricerca, dormiente, la consapevolezza di dover esercitare una “fatica” per ottenere quello che dovrebbe essere il diritto fondamentale delle persone, “la libertà personale”, è estinta dalla notte dei tempi.

Accettiamo, per pigrizia, di essere schiavi moderni. Se “è meglio fare così” chi intralcia la “decisione del popolo” viene forzatamente indotto a “cambiare idea”.

A me, questo modo di “governare” ha fatto molta paura. Di vita ne ho una sola, vorrei che fosse la mia realmente e non che sia solo un pallido riflesso di ciò che potrebbe essere. Questo mi sta costando molta fatica, simile a quella degli indiani Sioux per proteggere le loro terre. Io credo, però, di condividere, con quei lontani fratelli, un modo diverso di vedere la realtà.

Forse, alla fine di tutto, è proprio questo il punto chiave su cui si presta meno attenzione. Hari Om. Namastè a tutti, dal Nepal.

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