Una pianta di antica estrazione
Una pianta di antica estrazione

L’uomo si è evoluto con la cannabis, e la cannabis si è evoluta con l’uomo. Fin dai tempi preistorici la cannabis è stata scelta per qualcuna delle sue tante proprietà, come la fibra, o la resina, o i semi. E la sua grande capacità di adattamento (è per questo che la dobbiamo lasciar essere eterozigote…) ha fatto sì che in nicchie climatiche diverse si potessero coltivare piante di cannabis per utilizzi diversi, da quello psicoattivo (ricreazionale/sacramentale/curativo) a quello per cordame (economico/agriculturale/industriale). In queste nicchie si sono evoluti genotipi molto diversi fra loro, per selezione data dall’ambiente (luce, aria, acqua, calore, terra, durata della stagione) e dall’uomo (per la diversità di utilizzi in ogni particolare luogo). Dopo anni, secoli, millenni di coltivazione, selezione e adattamento, le varietà di ogni diverso ambiente danno (davano) i migliori prodotti possibili.

Sicuramente, dall’inizio del proibizionismo si sono fatti tantissimi studi e tantissimi esperimenti per limitare o aumentare la produzione di uno solo dei prodotti di questa pianta: il THC, considerato DROGA!!! E si sono fatte tante stupidaggini, sono state coinvolte persone che non avevano alcuna idea di cosa sia, come si lavori, cosa possa dare questa pianta. Per tanti anni da una parte si è cercato, con un’ipocrisia sfacciata, di creare piante che avessero una percentuale di “droga” il più bassa possibile, per mantenere una facciata di “progresso” (visto che la pianta anche in agricoltura è benefica e utile). Per tanti anni dall’altra parte si è cercato, in reazione al proibito, di creare varietà con la più alta percentuale di THC, dimenticandosi del “buono” e del “magico” di questa pianta… non è il vino più forte il più buono, né è quello che mi fa stare meglio.

Tutta questa selezione a discapito di altre qualità della pianta, che è ancora disposta a ridonarci se dimentichiamo la follia proibizionista e torniamo a considerare la cannabis come un alleato prezioso, un amico, un simbionte con cui capirsi e aiutarsi vicendevolmente per vivere su questo mondo.

Negli ultimi anni si è assistito a tentativi di purificare al massimo i cannabinoidi dalle altre sostanze contenute nella pianta, spesso creando prodotti eccellenti, come nel caso della resina, separata a secco o in acqua e ghiaccio, con filtri sempre più precisi per separare la resina dalle impurità e dalle parti vegetali; ma a volte potenzialmente pericolosi (per chi li usa, ma anche per chi li produce…), come nel caso dell’utilizzo di solventi derivati dal petrolio, come esano, butano, e simili, o alcoli come il metilico o l’isopropilico. L’unico solvente accettato per un uso salutistico (medico sarebbe troppo restrittivo…) è l’alcol etilico. Altri solventi, come l’anidride carbonica in stato supercritico, sono molto selettivi, indispensabili per separare le varie molecole allo stato puro, ma insufficienti per estrarre un fitocomplesso composto da centinaia di sostanze potenzialmente attive.

Il fitocomplesso delle sostanze contenute nella cannabis fa si che le varie molecole “importanti” (cannabinoidi, terpeni e flavonoidi) si possano utilizzare in quantità molto minori per essere efficaci (come nel caso del CBD, che puro richiede dosi di centinaia di milligrammi per funzionare, ed in fitocomplesso solo decine di milligrammi), e che gli effetti siano molto più estesi e bilanciati.

Franco Casalone

Add Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Rimani aggiornato,

lasciaci la tua mail

X