| Domande Frequenti | Coscienza

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Uno sguardo in una cultura differente

In questa sezione abbiamo cercato di rispondere, nella maniera più esaustiva possibile, alle domande di interesse generale. Quelle domande che ognuno si pone all’inizio dello studio di questa complessa materia: “il diritto all’accesso ad una pianta, quella di Cannabis Sativa L. nello specifico”.

Probabilmente l’effetto psicoattivo della pianta è stato scoperto per caso nel Paleolitico mentre l’uomo primitivo ne raccoglieva i semi e veniva in contatto. Per la prima volta con la resina scura che si depositava sulle sue dita e sui semi che venivano raccolti. L’utilizzo rituale si è radicato in Asia dove vive tutt’oggi. La pianta di Cannabis, infatti, viene usata dai Sadhu indiani come enteogeno, ovvero come mezzo per comunicare con “lo spirito”. Al giorno d’oggi, sebbene si stimi che circa 230 milioni di persone (il 3% della popolazione del pianeta!) abbia a che fare con questa pianta la “sacralità” del suo utilizzo è relegata a poche cerchie di persone.

Col vocabolo sanscrito sādhu si intende un uomo buono o onesto, un santo, saggio, perfetto, virtuoso, onorabile, puro, appropriato, piacevole, nobile, di discendenza onorabile e rispettabile. È una tipologia di asceti induisti, che dedicano la propria vita all’abbandono e alla rinuncia della società. Gli induisti considerano che l’obiettivo della vita sia la Moksha, la liberazione dall’illusione, Māyā. La fine del ciclo delle reincarnazioni e la dissoluzione nel divino, la fusione con la coscienza cosmica. Tale obiettivo è raggiunto raramente nel corso della vita presente. Il sādhu sceglie, per accelerare questo processo e realizzarlo in questa vita, di vivere una vita di santità. Spesso ma non sempre i Sadhu fanno uso di Cannabis fumata ritualmente da un Chiloom per ottenere stati più profondi di meditazione introspettiva.

Letteralmente tradotto dall’Urdu o dall’Hindi questa parola significa “intossicazione”. Tale termine viene utilizzato per indicare lo stato psicofisico in cui si viene indotti dall’utilizzo della resina della pianta di Cannabis. Sebbene la traduzione in un linguaggio a noi comprensibile abbia una connotazione negativa, nella sua lingua originale, questo termine non è caricato dal pregiudizio che si è sviluppato in occidente a seguito della campagna proibizionista. Ad esempio si prendano queste parole che vengono proferite dai Sadhus, talvolta, all’accensione del Ciloom:

Alek kol de palek
Deko dunya ki jhalek
Amar Nath barfani
bukke ko roti
pyas ko pani
Shamboo Kailash Pati
Jhati ko rati
Bhogi ko Nasha
Yogi ko Tapasya
Bom Bom

Traduzione in parafrasi:
“Oh Unico Spirito che apre la Coscienza, osserva il consumarsi di questo mondo.
Oh Shiva delle Nevi che ci rendi affamati di pane ed assetati di acqua, tu, Signore dell’altopiano del Kailash che permetti ai ricercatori di trovare la realizzazione nelle forme del servizio. Il profano cerca l’intossicazione, il santo, l’assoluta dedizione. Ci auguriamo di poter raggiungere, almeno, il confine sottile tra questo mondo e gli altri.

l cilum, traslitterato anche come chiloom, chilum, chillum, cyloom, è forse la più antica forma di strumento finalizzato all’inalazione dei fumi di materiali combusti. Progenitore della pipa, manca della divisione fra braciere e bocchino, essendo una sorta di “pipa orizzontale”: come un lungo tronco di cono diviso all’interno da una semplice pietra filtrante, più o meno decorato ed esteticamente adattato a svariate forme etniche che riproducano animali, cose, miti o iscrizioni tradizionali. È originario dell’area d’influenza culturale indiana, in particolare fra le popolazioni himalayane, fra le prime a coltivare la canapa, da cui ricavano, secondo la loro lingua, la charas (la particolare varietà di hashish autoctona locale).­

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Nella filosofia Induista la Turya in sanscrito तुरीय, che significa “il quarto”) è la pura coscienza. La tradizione Advaita considera 3 stadi di coscienza dell’Uomo: Jagrat, la normale veglia; Svapna, il sogno (fase REM) e Susupti, il sonno profondo (Fase 4 del sonno). Questi 3 sono normalmente esperiti dall’essere umano. Secondo questa scuola, il quarto stato o Turya, appunto, è lo stato di “liberazione” in cui si fa esperienza dell’Infinito (Ananta) e del non-differente (advaita/abheda). Lo stato in cui si realizza consapevolmente il Sé. Tale stato è ricercato grazie all’utilizzo della Cannabis dai Sadhu.

“Non introspettivo, non analitico, non bilateralmente consapevole
Non una massa cognitiva, non cognitivo, non non-cognitivo. Invisibile, con il quale non si può discutere, inafferrabile, senza alcun segno distintivo, impensabile, che non può essere determinato, l’essenza dellarassicurazione, di cui è la riunione intima con il Sé.
L’arresto dello sviluppo, tranquillo, benigno, senza un secondo, così è pensato essere il quarto. È il Sé, L’Atman, e dovrebbe essere riconosciuto.”

Mandukya Upanishad

La figura di Śiva come una delle principali divinità hindu, Dio poliedrico, possessore di una elaborata mitologia e portatore di una metafisica sofisticata, prende corpo e si afferma infine coi Purāṇa[20], quei testi religioso-filosofici che espongono cosmologia e filosofia hindu attraverso le narrazioni delle storie, testi trascritti all’incirca fra il III e il XII secolo. La figura di Śiva, nel corso del tempo come anche all’interno delle stesse tradizioni religiose, ha assunto valori e sembianze diverse, incarnando aspetti e significati che a volte appaiono contraddittori. Egli è il più calmo e perfetto tra gli asceti (mahāyogin), ma è anche lo sfrenato e sensuale danzatore cosmico (naṭarāja), colui che, nudo, tenta le mogli degli asceti; è la forza che dissolve e distrugge i mondi, ma anche quella che li rigenera, li preserva e li sostiene; è il genitore che taglia la testa al figlio, ma anche colui che dispensa felicità e benessere spirituale, è colui che assume un colore azzurro quando assorbe in sé tutto il veleno del mondo assumendo la forma di Nhilakhanta. È quest’ultima impresa che i suoi devoti ricordano attraverso l’assunzione di Cannabis, compartendo con lui, nel rituale, la sua “sofferenza”.

Nella scuola di pensiero induista del Vedānta, il Karma Yoga (dal sanscrito Karma – azione, e Yoga – unione) è uno dei quattro sentieri di base per raggiungere la salvezza. “Karma Yoga” può essere tradotto come “Via dell’azione”, un tipo di filosofia empirica e diretta, una spiritualità semplice ed immediata basata sulla ricerca della trascendenza nell’azione stessa, e non nella sua negazione (al contrario di quanto nella mentalità comune si sarebbe soliti pensare). Combinando e fondendo azione e meditazione, questo Yoga consiste nella progressiva purificazione e aderenza al Dharma tramite le proprie azioni, dalle più piccole e quotidiane a quelle più importanti e decisive. Al Karma Yoga sono dedicate delle parti della Bhagavad Gita:

La libertà si ottiene sia con la rinuncia che con l’adempimento delle azioni. Delle due, la via dello yoga dell’azione è migliore della via della rinuncia all’azione.

Tu hai diritto soltanto all’azione, e mai ai frutti che derivano dalle azioni. Non considerarti il produttore dei frutti delle tue azioni, e non permettere a te stesso d’essere attaccato all’inattività.

Se usata nella maniera corretta, la pianta di Cannabis, ci induce sempre di più ad aderire a questa via e al processo decisionale che ne consegue.

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